ACQUA E MISTERO

Anime colorate

Effetti di colore poetico da un lato ed esuberante dall’altra, dinamismi fluidi e bagliori che incendiano i cieli: non è un caso che questi due pittori si trovino appaiati ad offrire al pubblico un’intensa dimensione del figurativo e del cromatismo.
Dato che il figurativo è stato sotto attacco da parte delle avanguardie artistiche fino alla metà del ‘900 o poco dopo, va detto che la comunicazione e la seduzione in atto di fronte a queste opere, è legata alla gratificazione che sollecita l’arte nella sua relazione immediata e indissolubile col reale più che col simbolico. E’ collettivo l’effetto dell’arte figurativa – anche se in tal senso siamo nella scia della tradizione occidentale, che nasce antropomorfa – mentre il racconto intimo di un dipinto astratto è indirizzato al singolo, per ognuno un dialogo diverso.
Si tratta di una dimensione oggettiva, quella del potere del figurativo, assolutamente non univoco, uni-direzionale, al contrario potenzialmente aperto in un’infinita casistica, quella di tutta la varietà del rappresentabile. Come sempre l’arte viene a colmare un vuoto, con la sua potenzialità: mette in moto la ricerca della verità, utilizzando il contenuto originario dell’opera, ovvero il tema non il soggetto raffigurato, strumento per risvegliare un ricordo, il nostro vissuto, il racconto della nostra vita, la memoria innescata quindi, da un qualcosa che abbiamo già vissuto, che ha già attraversato il nostro sguardo: incontri ed esperienze, acqua e natura che ci seducono.
Nell’opera di Elisa Zeni ci cattura la spontaneità delicata e fragile di un cosmo naturale sempre primaverile, che ispira una rinascita inesauribile e irresistibile, un ritorno continuo, in cui anche l’immagine della notte chiama già il giorno. Trasparenze acquatiche, vari livelli di profondità della vegetazione del prato, oscillazioni di steli – sottili venature grafiche – correnti opposte che si mescolano senza resistenza, fluide come il vento: Zeni plasma la suggestione di un mondo solo apparentemente sensoriale, persuasivo per la gamma cromatica fresca, per la lunga pennellata flessuosa e, capace di suscitare la gioia dello sguardo oltre che l’evocazione di un mondo incontaminato. Sensazioni comuni di fronte a queste vedute ravvicinate, a orizzonti appaganti e antidrammatici: è il ricordo del prato che abbiamo attraversato da bambini, immersi nei fiori? E’ la nostra primavera? è la consapevolezza della lontananza di quel tempo o la voglia di idealizzarlo, di fermarlo?
Non si tratta solo di bravura nella riproduzione; il soggetto viene recepito in proporzione alla capacità di ascolto di ciascuno, di lasciar rivivere un’emozione lontana. Si tratta, invece, di acutezza nell’oggettivare un messaggio: chi è in grado di isolare quest’acqua o questi fiori ove passarvi la mano, da questo spazio/tempo della Galleria, isolarsi da voci e rumori presenti? a chi riesce di evadere dalla fisica realtà di quei frammenti di paesaggio dipinti pur cercandoli? La forza di queste immagini, infatti, sembra non aver trovato posto completamente al loro interno, ma generandosi nel rapporto tra i colori contamina il nostro sguardo, investe l’ambiente intorno.
Analoga anche se di registro diverso, la forza attrattiva del colore di Negriolli. Con le sue figurazioni simboliche ci si trova di fronte al quadro, ma in un attimo anche rapiti all’interno dalle sue spire di luce, dentro una materia cromatica mossa e sospesa, densa e trasparente al tempo stesso. Strappati dal nostro quotidiano, ci troviamo inseriti in un vorticoso racconto, in questa occasione quello del mondo dei Tarocchi: l’origine di questo gioco delle carte risale all’ambiente delle corti della metà del XV secolo nell’Italia Settentrionale, gli storici parlano di Ferrara, Bologna o Milano, al loro intrattenimento. Si diffusero poi in varie parti d’Europa e raggiunsero il periodo di maggior diffusione a cavallo tra il ‘600 e ‘700, dopodiché il loro uso è andato calando. Inizialmente non ci sono resoconti che attestino l’uso dei tarocchi per scopi esoterici o di divinazione: solo a partire dalla fine del ‘700 i tarocchi furono associati alla cabala (interpretazione magica dei numeri e delle lettere usata per profetizzare o spiegare sogni e accadimenti). A quel tempo gli esoteristi, pur con diverse interpretazioni, sostengono che i Tarocchi sono un Libro di Saggezza proveniente dai tempi più remoti facendone risalire la nascita all’antico Egitto.
Ecco perché ci sentiamo attratti da questo mondo arcano. Soggetto accattivante anche per diversi autori del Novecento, da Guttuso a Sergio Toppi, a E. Luzzati, a S.Dalì, a Niki de Saint Phale (Giardino dei Tarocchi, Capalbio, Grosseto). Anche il gioco complessivo della tavolozza e del linguaggio, fa la sua parte: un rapido e controllatissimo alternarsi di luci e di colori (timbri caldi/freddi) costruisce la figurazione, sfrangiata sullo sfondo, compenetrandolo e nutrendosi dei suoi bagliori. Anche se non la guardiamo, continua ad agitarsi verso di noi, ogni pennellata quale lungo tentacolo. E’ nel soggetto, il senso di questo ruolo: i Tarocchi, qui interpretati da Negriolli, nati come specchio e svago di un mondo socievole, sono diventati gli interlocutori e i consolatori dell’uomo solo, davanti al proprio futuro inconoscibile, davanti all’incerto avvenire. Sono intesi ormai quali strumenti di divinazione, anche espressione di un simbolismo occulto: Il Matto, il Mago, l’Imperatore, l’Imperatrice, l’Amore, la Temperanza (la più alta delle virtù), la Forza, la Torre (appartiene ai poteri spirituali e celesti insieme alla Luna; resta un rompicapo, in quanto non risulta chiaro il suo significato), la Luna, il Sospeso (raffigurato a testa in giù, come spesso venivano raffigurati i traditori), la Morte.
Come in una scenografia teatrale, i Tarocchi di Negriolli uniscono la suddetta tradizione iconografica, quindi carica di valenze archetipiche, ad un’interpretazione moderna che fa della visionarietà, il richiamo al potere del caso. Se affiora un che di drammatico nel tema (La morte, La temperanza), subentra la maestria dell’effetto d’insieme a stemperarlo, come nell’Assedia, gioco o eterno impulso dei popoli di abbattere.

 

Elisabetta Doniselli

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