(IN)VISIBILE

“La pittura è tale, solo se si manifesta come ricerca d’infinito” è una delle linee portanti della poetica di Van Gogh, che però può costituire un motivo conduttore comune a molte proposte artistiche contemporanee.
In questa bi-mostra si declinano due dimensioni complementari – una pittorica, una plastica – rispetto un simile punto di partenza, quello appunto di un’espressione che non intende illustrare, raccontare ciò che è visibile, anzi che sfugge alla coordinate del visibile, quello naturalisticamente inteso.
La pittura di Girardi gioca la sua comunicazione sul senso della potenza del colore, senso che si anima nel ritmo spesso aggressivo, fatto di troncature, di consistenze materiche dense, impetuose, graffi e sfregi, mai distribuiti o accostati con pacatezza di toni. L’interesse per la portata del colore materico si coglie anche laddove s’inserisce l’effetto smalto, dove la luce si rapprende. Macchia, grumo e, soprattutto, effetto grafico percorrono la campitura, creando in un bassissimorilievo, un corpo pulsante, voce di una natura primigenia che stratificata e compressa, trasmette memorie di antichi moti geologici, di energie ora sopite, ore in movimento, forse svelatesi, agli occhi e alle mani di Girardi, nel corso delle arrampicate, dei percorsi tra le Dolomiti.
Calibrare, quindi, la relazione tra la forza assoluta, la potenza del messaggio con la forma compositiva, senza che la prima soverchi l’articolazione della seconda, ossia la sua dimensione comunicativa.
Nell’opera di Vivian si ritrova un’altra dimensione della sintesi, costruita attraverso materiali diversi: la potenzialità espressiva ha il ritmo cadenzato di un ordine geometrico, di un assemblaggio in cui si incanalano – oppure ritornano – uno dopo l’altro i segni tracciati dal tempo, da tante storie, che consumano la memoria così come gli spigoli di vecchi legni recuperati.
Entrambi ricercano all’interno di ogni opera, l’equilibrio, quello che leggerà lo spettatore, il fruitore. Ecco il lavoro dell’artista sta, appunto, nel cavalcare questo limite – tra forza e forma – nel rispetto del proprio codice espressivo, ovvero della propria storia.

Elisabetta Doniselli

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