LUOGHI

29 gennaio 2016

La mostra di Carla e di Adriano viene ad aprire una serie di doppie esposizioni che si snoderanno nell’arco del 2016, quale festeggiamento del traguardo dei 30 anni di attività de La Cerchia. Il 2016 anno doppiamente significativo perché a questa ricorrenza si intreccia l’altra importante data, i 50 anni della Galleria Fogolino, una delle poche gallerie cittadine, se non l’unica, ad aver raggiunto questo traguardo, resistendo a mode e avvicendamenti.
Appunto nella scelta della doppia esposizione si colloca l’identità de La Cerchia, nella continua ricerca di dialogo che ha sostenuto questi anni di lavoro: non solo confronto tra diverse linee espressive, ovvero quell’interna polifonia di linguaggi, anche il ribadire la coesione, rafforzare l’idea di fondo dell’associazione che nel nome La Cerchia, ben si racconta.
Il legame è presto detto, in quanto è una espressione di umanesimo, nell’accento posto sulla parola e sull’ascolto delle reciproche istanze artistiche, una specie di spezia nel piatto del dialogo. Su questa linea si pone anche l’incontro con l’artista, l’occasione di avvicinare l’artista e la sua poetica, il suo modo di concepire l’atto artistico, dopo la serata dell’inaugurazione. Vuole essere una nuova consuetudine che viene avviata col 2016 nella convinzione che il ruolo dell’artista mantiene anche nel terzo millennio, il compito di demiurgo dei sentimenti: ecco che si ribadisce l’umanesimo come linea di fondo.
Ulteriore ricerca qualità viene espressa in un altro appuntamento, quello che La Cerchia ha concordato con la rocca sforzesca di Dozza (BO) dove esporrà sotto il titolo Immagine plurale con il supporto di un catalogo critico. Questa occasione espositiva ha potuto essere programmata grazie al contatto con Remo Tomasetti che si ringrazia per l’intuizione.

Venendo alla mostra di C.C. e di A.F. nelle opere esposte si presentano due modi di leggere lo spazio, Luoghi appunto, non solo geografici o topografici, luoghi della dimensione umana, catalizzatori emozionali. Si potrebbe dire che attualmente la vita quotidiana è in equilibrio tra gli scenari urbani del lavoro e gli spazi aperti del paesaggio montano, ovvero tra l’inalienabilità del dovere e l’individualità del piacere, ovvero dove si anela di fuggire per ricaricarsi, per dedicarsi ad attività alternative, personalmente coltivate. Le due forme d’arte presentate, infatti, sembrano riproporre generi della pittura quali la veduta e il paesaggio, mai tramontati, in quanto troppo legati all’esperienza individuale anche nel passato. Il rapporto con la città esprime il senso laico – a volte prosaico – del vivere: A.F. nella scelta di una tavolozza sobria, nella gamma di toni serali, sembra volersi collegare all’atmosfera del rientro a casa, del ritrovarsi: ecco le strade vuote sia di Trento che di Parigi o di qualsiasi altra città, dove l’assenza parla proprio dello spostarsi in sicuri interni, in spazi dal sapore intimo, dietro serie quinte. Il ritmo delle pareti, piatti sipari uno dietro all’altro, attirano l’osservatore risucchiandolo all’interno, analogamente all’attrazione – anche se di diverso ambiente – esercitata dalle architetture naturali di C.C. Qui gli scenari risuonano – sembra di sentire echi lontani di passi o richiami – della sacralità del primordiale, dello sfaccettarsi di superfici minerali, cariche di effetti geologici, lontanissimi dalla transitorietà della dimensione umana. Riaffiora quel sentimento romantico di fronte al paesaggio, che intreccia la fascinazione, l’ammirazione muta per l’eternità di questi volumi allo sgomento per l’incommensurabilità dei suoi orizzonti. In entrambi le versioni i Luoghi raccontano molto dei bisogni dell’uomo, che si muove – novello pendolo – tra questi opposti, alla ricerca di un equilibrio interiore.

Elisabetta Doniselli

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