SURREALTÀ

19 Febbraio 2016

Una figurazione naturalistica, spesso permeata da un voluto senso mimetico, dal dialogo serrato col naturalismo che non è fine a se stesso, non vuole semplicemente sedurre con l’uso di una tecnica competente. Non intende, infatti, negare la realtà, ma trasfigurarla.
Questa intenzione ha visto fin dalle prime manifestazioni del Surrealismo, un approccio diverso da artista ad artista, quella libertà espressiva connotante l’arte che ha subito un’accelerazione dal- l’apparizione delle Avanguardie. Nella formazione delle immagini poetiche o figurative, ci si vuole staccare il più possibile dalla logica ufficiale – borghese e cattolica – e dalle sue censure, così come dal gusto estetico del primo Novecento. Già nel proporre una nuova definizione di bellezza ovvero «bello come l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio», frutto dell’«accoppiamento di due realtà in apparenza inconciliabili su un piano che in apparenza non è conveniente per esse» il movimento dichiara un intento liberatorio nei confronti dell’individuo e del suo pensiero.
Chi non ricorda una pubblicità della fine anni Sessanta “Chi Vespa mangia le mele” di Gilberto Filippetti? Ovvero il linguaggio che in linea con gli accostamenti inconsueti del Surrealismo, sposa un frutto a un prodotto della tecnologia, con un’allusione non molto sotterranea al frutto proibito.
E’ proprio il gioco intellettuale che caratterizza la poetica del Surrealismo, che si è diffuso in due declinazioni: quella degli accostamenti inconsueti – niente di più evidente in tal senso della pinna di squalo come un aratro in negativo – Siamo su una spiaggia troppo stretta o a testa in giù sotto un campo? – e quella delle deformazioni irreali: i mostrini che aleggiano intorno a figure reali, convivono nel loro/nostro stesso spazio.
In sostanza, procedendo per libera associazione di idee, per meccanismi dell’inconscio e della casualità, si uniscono cose e spazi tra loro apparentemente estranei per ricavarne una sensazione inedita. Tale situazione generando un’inattesa visione, sorprende per la sua assurdità, contraddice le nostre certezze e apre strade insolite, di riflessione soprattutto. Il naturalismo è, allora, solo un bel contenitore, uno strumento che fornisce al riguardante lo stimolo, l’amo da pesca che attira. Lenzi, oltre ad amare la decontestualizzazione, cavalca l’estetica della pop art ossia un linguaggio che tutti conoscono come quello dei mass media, della pubblicità, della televisione e del cinema, ovvero il linguaggio per immagini tipico della società dei consumi, di cui accoglie l’aggressività dei colori. Non rinuncia alle provocazione dadaiste che mescolando arte e realtà, utilizza fotografie ritoccate così come piccole sculture, effetti speciali che creano lo smarrimento dell’uomo (la pinna dello squalo). Inequivocabile il riferimento al dada, il barattolo della zuppa Campbell, qui oggetto del rifiuto/rivolta del consumatore.
Le deformazioni irreali riguardano invece la categoria della metamorfosi. Le deformazioni espressionistiche nascevano dal procedimento della caricatura, ed erano tese alla accentuazione dei caratteri e delle sensazioni psicologiche. La metamorfosi è invece la trasformazione di un oggetto in un altro, come, ad esempio, delle donne che si trasformano in alberi (Delvaux) o delle foglie che hanno forma di uccelli (Magritte) o la donna di Dalponte che diventa una dispensa di viveri o una torre.
Entrambi questi linguaggi hanno un unico fine: lo spostamento del senso che va a innescare, a scatenare la critica radicale alla razionalità cosciente per condurre lo spettatore al raggiungimento di uno stato conoscitivo “oltre” la realtà (sur-realtà). Nella trasformazione delle immagini, che abitualmente siamo abituati a vedere in base al senso comune, in immagini che ci trasmettono l’idea di un diverso ordine della realtà, l’artista addita l’incongruenza della realtà in cui viviamo. E’ come se fosse stato dischiuso un alfabeto semantico dalla potenzialità critico-espressiva infinita: di fronte a certe immagini viene da chiedersi se il pensiero è sempre sorvegliato dalla ragione. Già Goya con Il sonno della ragione, genera mostri aveva intuito quello che può accadere quando la ragione non fa il suo lavoro, quando è assente: con la piccola differenza che l’assenza della ragione nell’arte è sinonimo di fantasia, mentre quando manca nella realtà è sinonimo di disastro!

Elisabetta Doniselli

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