FORMA E LUCE – di Elisabetta Doniselli

FORMA E LUCE

Appartiene alla creazione artistica, confezionare forme e costruire con esse, luci e ombre. Forme come manifestazione della bellezza che l’uomo ama raccontare, o meglio, a cui aspira. E’ la forma che dà al manufatto artistico, la dimensione visibile dell’attività pensante, è la forma che configura la ricerca intuitiva della verità come bellezza, come individuale aspirazione ad un gioco armonico, in cui viene evocato un qualcosa.

Segni e masse capaci di parlare allo spettatore, di avvolgerlo nella loro eloquenza di forme e, appunto, di luci capaci di colpire lo spettatore, producendogli un piccolo o grande cambiamento, aprendolo a nuovi pensieri, riflessioni e azioni. E’ un divenire, proprio dell’uomo, un non-fermarsi a qualcosa di immutabilmente dato. E’ questo l’effetto d’attrazione, la capacità di suscitare pensieri, problematiche e un diffuso piacere non solo estetico.

Tutto questo anche per presentare, alla conclusione delle 8 bi-mostre degli artisti de La Cerchia, una riflessione complessiva, cioè non si dimentichi che l’arte è qualcosa di esclusivamente umano, che va accostato con curiosità e considerazione perché riguarda uno dei ‘misteri dell’evoluzione umana’ come ha scritto G. Dorfles.

Arte come importante liberazione dalle limitazioni praticistiche della vita quotidiana, una rottura con quei ritmi abitudinari e ripetitivi: l’arte è ai bordi della realtà perché non ne riproduce pigramente le forme e le luci: va oltre, ne racconta la mutevolezza, ne sintetizza un momento in un racconto.

1. Partendo dalla constatazione che le forme sono il primo aspetto intuitivo della realtà che l’occhio umano percepisce – quando ancora neonati, si avverte solo un’ombra, una sagoma indistinta e sfuocata – nelle opere qui presentate da Ferrari e da Mascotti si assiste proprio a questa sintesi di forme e di luci in due declinazioni differenti, accomunate però, da un richiamo alla tradizione figurativa, ovvero la pittura di paesaggio e la scultura lignea. Ma un altro legame si potrebbe trovare nel dar forma – ognuno con il proprio gusto per la materia, al tempo interiore. Mascotti, quando schematizza le sue icone – si ferma sempre su un gesto, una posizione, in ogni caso altamente evocativi, infatti il tempo e la vita sembrano gravare su di essi. Ferrari torna a dar forma alla nostalgia per l’infinito, cristallizzato, ma pur sempre anelito comune di più generazioni.

2. Ferrari è un cantore silenzioso di una passione insopprimibile, quella che l’uomo avverte di fronte alla natura, passione condivisa da generazioni, soprattutto per l’ambiente montano così come per orizzonti nuovi, metabolizzati in numerosi viaggi. Non è certo quella dimensione semplicemente mimetica che ci attrae nei suoi lavori, anche se per certi aspetti possiede una limpidezza fotografica, un’inquadratura sensibile ai contrasti di luce che solo intense frequentazioni di una vita intera, possono spiegare.

La forza del paesaggio di Ferrari ed anche la sua riconoscibilità – all’interno di un genere sempre praticato dagli artisti, così come seguito da un pubblico fedele – probabilmente si colloca oltre la tavolozza post divisionista dai toni decisi, con echi di Bonazza, oltre quella pennellata a virgola, controllata nella forma pulsante e nel tono luministico, quasi con regolarità ossessiva. Si colloca nel senso monumentale, nell’evidenza delle forme e delle luci, contrastate, cariche di pathos e di attesa tali da modificare il paesaggio, la veduta che ci sta di fronte, in una dimensione assoluta. Una sorta di trasfigurazione del semplice dato naturale, visivo: il vero, che siano vette delle Dolomiti, spazi dell’India, valloni scozzesi, isole greche, diventa altro – tutti aspetti della medesima ricerca -, si dilata a comprendere venti, voci, ricordi, echi… Come scrive G. Leopardi nello Zibaldone nel 1828 “Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non oggetti semplici, quelli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione”. Dalla veduta alla visione interiore, quindi, quella profonda, della Natura primordiale, non attraversata dall’uomo, enigmatica, che c’era prima della storia e ci sarà dopo. Eccellente incisore come dimostra la Mostra sull’Inferno dantesco in occasione del 650° della nascita del sommo poeta, ospitata prima a Pal. Madama , Roma poi a Pal. Trentini, Trento.

3. La massa sia che si rapprenda intorno a un concetto, a un tema figurativo , sia che si agiti libera nella sintesi astratta, viene lavorata da Mascotti alternando e calibrando gli spazi lasciati vuoti con la stessa rilevanza figurale dei volumi pieni. Nelle figure allungate – probabile riflessione personale sulle iconografie di A. Giacometti in chiave meno drammatica e/o su quelle totemiche di tanta arte primitiva africana – l’isolamento e la chiusura di passanti senza volto, evocano una riduzione psicologica-fisica, riflessione molto personale su fenomeni artistici del XX sec. riduzione che Brancusi ha realizzato in chiave geometrica, ad esempio. Ma non è solo il rapporto con grandi interpreti della scultura del XX sec., è anche una valutazione critica sul nostro tempo, che coniuga in un rinnovamento dei dati della rappresentazione.

In questi soggetti dell’anno in corso, vive un senso di solitudine e di staticità, racconta disparità e indifferenza nei confronti del fattore sociale, dell’altro; dall’altra si nota l’accento posto sul processo del “fare” piuttosto che sul risultato finale, sul mimetismo dei dettagli. Per Mascotti è l’equilibrio tra il figurativo e lo stilizzato, ovvero l’impulso della forma sintetica che non tralascia quell’accenno descrittivo, quel suggerimento narrativo necessario.

Anche LIBERA (2016) contiene lo slancio vitale che Mascotti racchiude anche in due grandi blocchi lignei, in forme pure non declinate nel figurativo, monumentali e agili al tempo stesso. La forma è spogliata, attraverso quella riduzione di cui si è già detto, a puri volumi in movimento, ad energia assoluta. La chiocciola, il moto elicoidale, il vortice orizzontale lungo assi ellittici è un archetipo, una forma primordiale che gioca con le luci circostanti. In questo moto le forme parlano di crescita nella luce. Le masse spinte dal moto centrifugo costruiscono, spire mobili, che le luci scolpiscono, quasi negando il peso fisico. Il motivo verticale con cui Borromini ha definito il campanile di S. Ivo alla Sapienza, Wright il Salmon Guggenheim Museum, Tatlin il monumento alla terza internazionale socialista, etc.

Elisabetta Doniselli

FORMA E LUCE

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