NEL SEGNO DELLA VERITA’

Incontriamo nell’artista la personalità raffinata e vivace di chi sa scartare con sicurezza gli stereotipi dell’arte d’occasione quanto la presunta inclinazione femminile al bozzettismo d’atmosfera, al biografismo edulcorato o nostalgico. La pittura di Marisa Postal De Carli percorre, infatti, con attenzione viva a quanto investe sensibilità e intelligenza tese fuori di sé, narrazioni dell’esperienza prosciugate di ogni narcisismo, forti dell’impegno di comprendere bellezze e tensioni irrisolte del nostro tempo.

Nel dialogo con la tela prendono corpo domande non rinviabili, il pensiero trova visibilità con l’urgenza di un richiamo a interrogare il presente, comunicativo ma superficiale. Illuminando le contraddizioni del mondo, la pratica dell’arte tende a farsi atto morale, indagine nel segno della responsabilità e della verità: dentro lo sguardo sociale che l’artista propone si rivelano possibilità conoscitive e affettive, appelli all’intelligenza e alla volontà, in prospettive di non lieve impegno se pure non estranee al piacere della composizione.

Direttamente implicata nella domanda sull’esistere, la serie dedicata alla solitudine femminile si dipana in variazioni sulla figura nello spazio chiuso: cella sbarrata ma anche luogo domestico greve di assenze, dal quale la giovane donna piegata su di sé e inerte pare non trovare uscita. Ai confini dello spazio claustrofobico, simbolo della violenza subita, l’artista propone una lettura sociologica – l’immagine della giovane accovacciata sul marciapiede di una periferia industriale, sopraffatta da un cielo che si fa mano minacciosa – e una lettura culturale – la biblica Susanna oggetto di morbose attenzioni senili, ripresa da Artemisia Gentileschi.

Se gli ingranaggi che dominano il lavoro dell’uomo alludono alla disumanizzazione della civiltà, nella donna che si rialza affermando il proprio esserci si fa conoscere con efficace sintesi formale ‘primitivista’ il più affermativo sentire dell’artista, un consapevole prendere coscienza di sé essenzialmente in dialogo con un’immagine solo apparentemente antipodale: l’illustrativo assemblaggio di giocattoli dell’infanzia, dalla quale si esce non senza prove, non senza dolorosi ripiegamenti, nel farsi poco a poco adulti.

La natura entra in più modi, sempre in forma assoluta, non segnata dalla presenza umana: figurazioni vegetali nei ritmi fitti degli arbusti vivi come nel loro disseccamento, fenomeni geologici e atmosferici che, imprimendo un inedito dinamismo, fanno deflagrare l’ordine noto. Al registro lirico l’artista approda solo attraverso una distillazione geometrica, prediligendo la sobrietà armonica della composizione all’effusione sentimentale: accade nei notturni delle lune rosse, contrappunti di segmenti e superfici in un gioco di proporzioni. La notte si fa invece popolata di case o di angeli in esempi di adesione quasi fiabesca al genere.

Infine emerge in tre esempi significativi l’attenzione antropologica: nel pescatore di colore dietro/dentro la rete, nella discarica/natura morta su cui posare lo sguardo critico, nelle barche di un esotico mercato ortofrutticolo, osservate dall’alto nella loro esplosiva presenza cromatica. Tutte immagini emblematiche della contemporaneità, tra splendore e miseria, il cui conflitto penetra lo sguardo e trova eco nell’interiorità, a conferma di una vocazione pittorica orientata a tenere desta la vigilanza sulla concreta umanità che abita il mondo.

Giuseppe Calliari