TRACCE – di Elisabetta Doniselli

Tracce

Ancora di più del fraseggio che lo scrittore, il poeta, il letterato utilizzano per formulare il proprio pensiero nella sua rotondità e pienezza espressiva, il segno per le arti visive racchiude l’essenza della potenza demiurgica, quel suo plasmare il mondo secondo le direttrici del pensiero, dello spirito dell’artista. Può sembrare enfatico questo incipit: la traccia quale testimone di un assetto preesistente e di conseguenza il segno, in questa mostra diventano la sfera espressiva che viola il bianco della superficie, diventano oggetto di una precisa considerazione. Al tempo stesso si tratta di tornare alle radici dell’arte visiva, al sapore originario del gesto creativo, quello che addirittura nella storia della civiltà, ha preceduto la scrittura.

E’ il simmetrico del soffio vitale della creazione biblica, la traccia che si colloca all’inizio di ogni opera – artista come creatore. E’ un’intima pulsione, un’esigenza sottile che sgorga irruente, pronta a perseguire quell’immagine che a poco a poco non sarà più remota, non sarà più solo un’idea. Nella presente mostra è pressoché impossibile – e inutile – separare la trama segnica dal dato cromatico, l’intreccio costituisce l’identità estetico-formale di queste opere. Ma è la componente grafica, la bella potenza che sostiene tutta la storia dell’arte, quella manualità che sta all’origine di tutte le opere che definiamo arte. Dall’Ottocento il disegno è stato sempre di più riconosciuto come opera compiuta e autonoma, duttile e sensibile nel seguire ogni piega e necessaria svolta espressiva, anche in assenza dell’intervento cromatico.

Qui nella mostra, due declinazioni di grafica, due storie di passione per la ricerca.

Con i suoi lavori intimi e di misura contenuta, S. Magnini racconta il suo tempo dedicato a piccoli pensieri visivi, nei quali è alla ricerca di come sfruttare compiutamente la sua vena grafica, di come seguire la sua sottile sensibilità. Ricama, ritma le superfici con trame fitte, con gesti energici che vanno a costruire sia la dimensione del paesaggio montano così come la mobilità della luce su soggetti diversi, fiori, figure, etc. Le montagne emergono dal foglio, tale è l’effetto con cui il segno plasma i volumi alterni e le profondità cupe, completandosi con l’acquerello, intenso, a volte cromaticamente aggressivo, vibrante. Tali bagliori cromatici così come quelli delle terre, aggiungono energia ai soggetti, sono il ricordo della materia travagliata, da quel medesimo segno incrociato che si ritrova sulle matrici delle incisioni, scavate soprattutto a puntasecca.

B. Degasperi, lungo anni di costante ricerca e applicazione che l’hanno portato a fare esperienza con la maggior parte delle tecniche grafiche, pittoriche e scultoree, ha dato la preferenza ad un linguaggio sostanzialmente e energicamente grafico. Ad una osservazione più attenta, però, risulta via via evidente che i suoi temi vanno oltre il linguaggio bidimensionale: il segno gestuale si dispone a diventare meridiano e parallelo di forme plastiche, analogo ai solchi impressi nella modellazione dell’argilla. Vanno infatti, ricordati le sculture esposte alla mostra “I segni della materia”, a Pergine nel 2009, così come la frequentazione giovanile degli atelier di scultori.

Questa contaminazione attraversa più o meno sotterranea la maggior parte delle opere di Degasperi: il suo è uno sguardo attratto dal gioco volumetrico delle cose, dalla loro diversa consistenza, dalla materia condensata di immagini riconoscibili così come da quella grezza, apparentemente inerte su cui interviene tessendo trame di segni, accentuando il valore grafico e compositivo: in tal modo appare evidente come il processo creativo non si limiti allo stadio descrittivo, da tempo oggetto di un lavoro di smontaggio, di un’interpretazione macro della storia della materia.

Comunque ritorna sempre un tratto potente che isola, scolpisce, a volte monumentalizza – come nel caso dei nudi – presentati come massi modellati. In tal modo approda ad una sintesi plastica al cui interno l’estetica mimetica non è più dominante, non intende creare racconti, ma singole parentesi di riflessione sul ruolo della materia: ecco l’affresco, le sabbie dell’imprimitura che vanno a modellare bassorilievi reali o virtuali in cui dosati interventi di bianco – ritrovabili in certi disegni di H. Moore -, definiscono la massa, la fanno emergere, plastica e viva ai nostri occhi. Forme potenziali, che attendono una trasformazione o bozzoli di materia grezza, su cui la gestualità sfiora il divertissement?

Sarà stata la parete di roccia a vista di via S. Martino, la casa di Bruno ragazzo, sarà questo interminabile travaglio che percorre la materia, i segni del tempo, i solchi formati dall’acqua, sarà il bisogno di sfidare la natura e la materia, nel cercarne il segreto.

E. Doniselli

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